Il muro bianco

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Primo Maggio 2013

Oggi è un giorno di festa e non si lavora. Oggi è il giorno dei lavoratori. Forse farà festa anche chi non lavora. Ma solo per solidarietà.

Alle 6 in punto un filo di luce comincia a dar forma a tutto quello che mi circonda. Intravedo, a fatica, le fessure degli scuri e la luce che penetra attraverso la tenda rossa crea una strana alchimia cromatica. Chissà perché gli occhi – appena aperti – cercano sempre una finestra. Perché si avverte all’improvviso la necessità di una via di uscita, nel letto, appena ci si sveglia? Si vuole forse prendere la giusta distanza dal luogo in cui si ri-prende coscienza del proprio io? O forse si cerca la provenienza della luce per riparare gli occhi ancora gonfi e stropicciati? C’è il sole o ci sono le nuvole? Forse pioverà. Forse gli occhi si diriggono inconsapevolmente verso la finestra per un semplice bisogno di libertà. Anche e solo mentale. Tant’è che spesso, e neanche troppo paradossalmente, una volta svegli e una volta scrutata la finestra, ci si gira verso la persona che si ha al proprio fianco, nel letto, la persona che di solito si ama; è come se si volesse abbracciare la sicurezza che spiega perché non si apre subito quella finestra, perché non si vuole rompere l’equilibrio di un momento. Corto o lungo. Effimero o duraturo. Non ha importanza.

Prime luci del mattino. La memoria a breve termine ha immagazzinato le ultime fasi del sogno; sono state immediatamente trascritte sul quaderno nero moleskine, oggetto di indiscusso valore teso all’interpretazione dell’inconscio.

Un dedalo come tanti altri.

Mi sono girato e rigirato, ho anche provato a mettere la testa sotto il cuscino. Le prime ore del mattino sono sempre silenziose e soavi ma possono essere anche molto rumorose e caotiche. Mi sono alzato e ho spostato leggermente la tenda rossa, ho aperto la finestra che dà sul terrazzo e ho spalancato gli scuri. Al mattino si tende sempre ad aprire gli scuri della propria camera con una certa brutalità: troppo forte è la voglia di scappare dalle antropotossine appesantite dalla notte. Di sera, invece, si chiudono gli scuri in maniera vellutata, sulla punta dei piedi e senza far rumore, per non svegliare i demoni. Loro dormono già.

Una volta aperta la finestra non ho sentito nessun rumore di motore acceso vicino al bar. D’altra parte oggi è il giorno dei lavoratori e al lavoro ci si va in macchina. Ma prima si deve bere il caffè a casa… e poi al bar. Altrimenti che inizio di giornata è?

Tutte le mattine dovrebbero essere così. Sì, ma la festa dei lavoratori c’è solo una volta all’anno. Sempre per solidarietà.

Sul terrazzo ho guardato prima il cielo e poi la strada. In realtà, per prima cosa ho osservato la finestra della cucina della coppia che vive di fronte al mio palazzo. Saranno già in piedi? No, ovviamente. Troppo presto. Staranno giocando con Morfeo. O staranno giocando con Eros.

Neanche questo ha importanza.

E poi ho guardato i miei piedi, nudi. Dalì, il gatto di casa, si strusciava sulle mie caviglie formando una curva con la schiena. L’ho accarezzato e mi sono messo a camminare avanti ed indietro su quelle mattonelle, respirando l’aria fresca e leggera che a quell’ora ti pizzica il naso e ti ricorda alcune scampagnate mattutine da adolescente. All’epoca non capivo ancora la forza di quel pizzichìo. Camminavo e la respiravo quell’aria, priva di quella pesantezza tipica di fine giornata quando, dopo cena, ero solito camminare su quello stesso terrazzo accerchiato dal fragore e dal fetore umano.

Prima delle prime luci del mattino – e ben prima dell’alchimia cromatica – ho chiuso il quaderno nero moleskine, ho rimesso la penna sul comò, vicino alla lampada. L’ho spenta. Nel letto mi sono girato verso la parete. Priva di finestra.

Un muro bianco…

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