Uno straniero parigino a casa sua

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bon alors bordel tu donnes des news ou quoi?

ciao ma caille, j’suis là

eccoti, finalmente… mi hai fatto preoccupare… ma tanto. è quasi una settimana che ti cerco. parti e non mi dici nulla, cambi paese e non mi dici nulla, cambi numero di telefono e non mi dici nulla, ti scrivo su whatsapp e non rispondi, vedo che non ti connetti neanche più… cosa devo pensare?! ma che storia è?! ieri pomeriggio ho visto geremia in centro e mi ha dato il tuo nuovo numero. come sempre prendi e parti, quasi all’improvviso. potevi aggiornarmi però

sì, scusa… hai ragione. mais tu sais bien que je n’ai rien besoin de te dire… on vit en symbiose. toi et moi

sì, vabbé. bref, ho visto quello che è successo venerdì scorso. ripeto, sono giorni e giorni che ti cerco; sono giorni e giorni che piango. che ti penso. che penso ai quei caduti. che penso alle immagini viste in diretta appena tornato a casa dopo una serata al pub. io però sono tornato a casa. mais dis-moi, pourquoi tous ces mois de silence?

je sais. je me suis un peu éclipsé, j’avais plus envie d’écrire, juste quelques pensées mais rien de vraiment structuré. j’avais besoin de prendre un peu de recul par rapport à la dernière fois… tu t’en rappelles..? on parlait, comme d’hab, de nos conneries intellectuelles: c’était en janvier, le 4 précisément, je vivais à milan et tu étais venu me voir. le sujet de notre conversation tournait autour du chiffre 7… et puis voilà, le 7 janvier, 3 jours plus tard, il y a eu l’attentat contre charlie hebdo. voilà, j’ai voulu me taire et j’ai pleuré, pendant longtemps. et puis tu vois, une semaine vient de s’écouler après toutes ces attaques contre paname. tout juste 7 jours. bizarre tout ça

ah giusto… adesso mi ricordo bene, si parlava del numero 7 anche se in realtà sono passati parecchi mesi… e comunque non è da te sparire così. e non è da te non dare notizie quando sai che magari la gente si può preoccupare

già… scusa, di nuovo. comunque, alla fine della nostra assurda dissertazione su quel numero, a gennaio, ti avevo salutato con un termine che – ahimè – sarebbe diventato realtà in un lasso di tempo molto breve: apocalisse. ecco, quello che ho visto in televisione la settimana scorsa e nei giorni successivi per le strade colpite penso vada al di là di quel termine. venerdì scorso dovevo uscire anche io nell’undicesimo arrondissement, mi aveva chiamato una coppia di amici per una birretta e probabile cena proprio in quella zona, sai che ai parigini piace uscire e stare en terrasse, soprattutto quando il tempo è dolce e clemente, una chimera per questo periodo dell’anno, cioè, siamo a metà novembre!

e perché non li hai raggiunti…?

perché ho preferito tornarmene nella tebaide di montmartre, volevo vedere la partita e mangiare un piatto di pasta – ti ricordo che è il mio piatto preferito – e poi sai che a me piace il calcio e sai che la mamma è medium, qualcosa mi avrà pure trasmesso no? d’altronde papà mi ha trasmesso la passione per il pallone…

quindi mi stai dicendo che il calcio ti ha forse salvato… e comunque ho saputo – giorni dopo – che volevano colpire anche il diciottesimo, montmartre per l’appunto…

esatto. forse ho una buona stella lassù che mi protegge. quel venerdì, dopo pranzo, sono andato a fare una passeggiata nel sesto – ti ricordo che ci lavoravo dieci anni fa – per me questo è un luogo particolarmente sentimentale, poi sono andato a scattare alcune foto sul retro della cattedrale di notre-dame – ti ricordo che è uno dei miei posti preferiti – e lì mi squilla il telefono, si tratta di questa coppia di amici che vogliono sapere cosa faccio, se li raggiungo o meno, sono quasi le sette, rispondo dicendo che alla fine me ne torno a casa e che ci si vede domani per un pranzo, prendo la metro per tornare quassù, su questa collinetta, ma la metro va a singhiozzo, non passa ogni due/tre minuti come di solito ma ogni sei/sette, cosa molto strana qui, ogni tanto si ferma persino in mezzo alle gallerie, sorrido e penso all’estate appena trascorsa sulla metro b di roma senza aria condizionata e con quaranta gradi addosso per cui mi dico che non può succedermi nulla, e poi tanto ho le mie super cuffie beats che mi coprono le orecchie e che mi proteggono dai rumori esterni, leggo un libro preso in libreria la settimana scorsa e ogni tanto batto leggermente il piede quando l’iphone trasmette un pezzo che mi piace, poi arrivo a casa, sento il primo e subito dopo il secondo botto durante il primo tempo, tutti pensano che si tratti di petardi, grossi petardi – ti ricordo che lì per lì l’ho pensato anche io – poi tempo di mangiare il mio piatto di pasta e mi chiama la coppia di amici di cui sopra per dirmi che sono appena tornati a casa, hanno la voce rotta, hanno poco fiato, erano a due passi da casa loro per questa benedetta birretta – e alla fine anche cena – boulevard voltaire, poco distante da lì c’è uno dei bistrot dove uno è entrato, ha ordinato un caffè, si è seduto al banco e si è fatto saltare in aria, mi urlano che ci sono delle persone per terra, le hanno viste da lontano, e la gente corre da tutte le parti, gridano, si spingono, inciampano nel trovare un riparo, sirene ovunque, poi sentono di nuovo spari in lontananza, chiudo e il telefono squilla di nuovo, poi di nuovo, poi chiamo io, chiamo la mamma in bretagna per dirle: je t’aime, tout se passe bien maman, poi chiamo il fratellino a roma per digli di non preoccuparsi, sono a casa vivo e vegeto – ti ricordo che potevo adoperare altri termini ma sono le prime parole che mi sono venute in mente – poi il telefono squilla di nuovo, una due tre quattro cinque dieci volte boh non mi ricordo ma mi ricordo che gli amici mi chiedono tutti: t’es où? qu’est-ce que tu fais? t’es chez toi ou quoi? ok, alors bouge pas, surtout reste chez toi, apro il mac, mi connetto a repubblicapuntoit e cambio canale per vedere le prime immagini in diretta, comincio a capire, piano piano, diversi kamikaze fuori dallo stadio, attacchi nel decimo e nell’undicesimo, sparatorie, diversi commando in azione, presa di ostaggi al bataclan, vedo scorrere messaggi su facebook e twitter. tragedia

…e poi?

e poi ho aspettato, ho aspettato alcuni giorni prima di camminare nuovamente per le vie di questa mia città, ho aspettato che i sogni e gli incubi si facessero meno violenti, perché lo erano entrambi, ho aspettato che queste seguenti parole mi risuonassero chiare nella testa e che le sentissi sotto la pelle, in maniera lucida:

MÊME PAS PEUR

7

109

senti… toglimi una curiosità… ma anche quest’anno hai perso la nozione del tempo durante la settimana che separa il Natale dal Capodanno? sì… direi proprio di sì… bene, si vede che sei riuscito ad abbandonarti

ci stiamo avvicinando al 7… il tempo passa eh?! allora sei pronto…? pronto a cosa?! cioè…? e poi scusa, mi parli già del sette?! girati, per strada si respira ancora un’aria strana, guanti che si intrecciano e occhi che si sfiorano, senza far rumore, c’è un silenzio prolungato, sembra voglia recuperare una prolungata assenza… attesa durata settimane… sì sì ma ascoltami… prima del sette c’è il sei, che è un giorno di festa, quindi c’è ancora tempo… poi in effetti il sette si torna sempre sui banchi di scuola, dopo il sei. befana. dodici giorni dopo il Natale… Epifania… tutte le feste le porta via… ma secondo te la troveremo la calza piena di cioccolatini?! mah… tanto il carbone non va più di moda e poi stiamo elargendo sorrisi a destra e manca, un pò ovunque… una vera paralisi, non solo dovuta al freddo. per cui va tutto bene. siamo stati bravi noi… mica come voi

insomma ci stiamo avvicinando al 7… e quindi?! il sette arriva dopo il sei. so che tieni ad entrambi i numeri. e poi c’è il 76… sale e pepe, era ora eh?! parla per te! e del 75 allora, cosa mi dici?! ah… Lutèce! eravamo lì nel momento in cui si perde la nozione del tempo, ricordi…? mettiti la sciarpa, senti che freddo… copriti… brrr… marea bassa… si intravedono le prime conchiglie… la sabbia è ancora bagnata dall’acqua che si ritira, soffice, spinta dal vento è lì che galleggia sui granelli, si dirige verso l’orizzonte dove l’occhio si perde, dove cerca di vedere oltre… nooooooo quello era prima, poi sono arrivate le stelle

le sette stelle di hokuto, le sette meraviglie del mondo, i sette nani, i sette giorni della settimana, windows sette, le sette note musicali… aspetta, fermatiiiii mica gira tutto intorno al sette!! mica abbiamo solo sette dita, non si nasce mica in sette mesi, mica abbiamo solo sette peli sotto le ascelle… oddio, controlla bene le tue quando le gratti… se hai veramente sette virtù… perché tu gratti sempre e solo il tuo gatto… ecco, i gatti hanno sette vite… e poi perché? perché cadono sempre in piedi?! il tuo gatto in quale vita si trova? glielo hai mai chiesto? o forse non lo disturbi perché si trova al settimo anno di matrimonio, in crisi profonda, nozze di lana, o è in crisi perché non lo gratti più come una volta…? l’amore dura tre anni non sette ho letto e poi a letto è lo stesso quindi forse è vero… o forse no… dipende dal mese settembrino o dal set cinematografico? settimo giorno, gol nel sette, in rovesciata… in rovesciata? no dai… ma perché si fa gol nel sette?! guarda, basta che osservi il suo angolo… le sette del mattino, le sette malefiche, seven, seven seconds, i sette moschettieri ah merde! quelli erano solo tre… sette anni di studio “matto e disperatissimo”, sette giorni su sette, i sette sacramenti, i sette samurai, le sette vocali, i sette colori dell’arcobaleno… settebello… ah, occhio! occhio se cammini sopra l’arcobaleno con uno specchio… perché se cade… sono sette anni di sfortuna! i sette peccati capitali, capitali che ogni tanto danno la luce il 7, a luglio, servo tullio, uno dei sette re di roma, i sette colli di roma, i sette numeri di roma, septem, i sette anni vissuti a roma, sette anni in tibet, i magnifici sette, i sette pianeti, i sette cavalieri della tavola rotonda… ah merde! quelli erano un pò di più… le sette isole delle Canarie, dobbiamo andare a trovare un amico, chakra, cristiano ronaldo, ettagono… il sette e il suo rapporto con gli altri numeri tra l’uno e il dieci, non moltiplicabile e non divisibile, all’interno del gruppo. mah

…i sette arcangeli, i sette angeli, il settimo sigillo… le sette trombe… apocalisse

…apocalisse?!
senti, sono quasi le sette
vado a farmi la doccia

Specchio

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“Specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame?”

Non c’è bisogno dei fratelli Grimm per possedere uno specchio magico e non c’è mai stato bisogno di una regina vanitosa alla continua ricerca della propria bellezza. Grimilde, Narciso, specchiarsi, guardarsi, tutti i riflessi sono magici, tutti gli specchi sono magici.

Chissà perché non ci accorgiamo più degli specchi.

Ci sono persone che amano gli specchi e persone che li odiano. In realtà, non so se odino lo specchio in sè o il riflesso della propria immagine. So che li evitano, sempre. Mai sentito parlare di spettrofobia? Il riflesso è sempre difficile da gestire. Gestire il riflesso della propria immagine può rasentare l’arte.

Anche i vampiri evitano gli specchi, dicono che non si vedano riflessi.. dicono sia una questione di anima.

Cammino con un amico lungo la riva di un fiume; osserviamo, sorridendo, entrambe le nostre immagini riflesse, torbide, sfuggenti. Anime. Cercando di non cadere in acqua – come insegna il buon Narciso – cominciamo a parlare di specchi. “Tu sei un artista, io un pensatore”… non so chi dei due finga di essere Boccadoro. Lui inizia a parlare in maniera frenetica; sembra stia parlando al proprio specchio.

Pensaci un attimo, rifletti, lo specchio.. per me lo specchio è come un testimone a cui affido le mie memorie.. noi due in fondo siamo sempre stati estremamente puntuali ad ogni nostro incontro, ad ogni appuntamento, dal primo, quello mattutino, ad altri durante la giornata, passando da quelli più intimi a quelli fugaci, per strada, per aggiustare qualche capello, dettagli insomma..

Memorie

Noi due in fondo ci somigliamo parecchio, è vero, anche se della tua vita non sono certo di sapere tutto come credo, e così forse è vero anche il contrario: è probabile si tratti solo di una lunga, intermittente ma allo stesso tempo continua illusione, come un’immagine che viene e va, che sa quando venire, che sa quando andare, senza dire mai una parola di troppo, forse, senza dire mai una parola…di là!

Quando venire, quando andare

Senti, ormai ti conosco da quanto? Non lo so più neanche io… t’ho visto sotto molti aspetti, e conosciuto via via che gli anni passavano, sempre presente quando avevo bisogno di te, sempre in grado di porre di fronte a me un’immagine chiara, diretta, non sempre in linea col mio pensiero, a come la vedevo io, anzi sei praticamente un persistente punto di vista differente.

Bisogno di te

Conosco da anni una persona che ti piacerebbe, un vero amico; lui si comporta molto spesso come fai tu con me e pensa, avete la stessa lettera iniziale e la stessa lettera finale! Vi somigliate insomma o forse siete uno la copia dell’altro, solo visti da un’altra prospettiva, da una prospettiva centrale, uno in una realtà e uno in un’altra.. come fai tu con noi due ogni volta che mi osservo crescere, guardandomi fisso negli occhi e lasciando che le risposte alle domande in sospeso arrivino in qualche modo, da qualche parte.

“Tu sei un artista, io un pensatore.”

Il ponte

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All’inizio dell’anno c’è chi non vede l’ora di scorrere il calendario per segnare con un cerchio il giorno del compleanno di amici e parenti. Per molti si tratta di un rito. In realtà, la prima cosa che facciamo è cercare il giorno del nostro compleanno, è un classico. C’è chi invece all’inizio dell’anno il calendario lo scorre molto velocemente per capire la struttura dei ponti di primavera, per giocare d’anticipo su colleghi e caselle in excel da riempire (versione ufficiosa, quasi intimista) / per pianificare in tempo le tipiche gite fuori porta con amici e parenti (versione ufficiale). Polline permettendo.

Tempo fa, durante un ponte di primavera, mi trovavo in Bretagna, terra di avi e d’infanzia. Si parlava di coincidenze e di polline, seduti a tavola; in famiglia c’è chi è allergico al polline. Dopo pranzo, mio nonno andò a prendere un libricino dalle pagine ingiallite, custodito nella sua immensa biblioteca. Un volta aperto, si sentiva un odore acre di vissuto. Sprofondò nella poltrona e cominciò a leggere, con la pipa in mano.

Quelle che qualcuno chiama coincidenze fecero si che si incontrassero, accidentalmente, come sempre accade. Stavano camminando su un ponte, una mattina di fine aprile. Era un fine settimana, lungo. Era un ponte di primavera. Nevicava polline. Quella mattina raggiunsero a piccoli passi il centro di quel ponte, il suo punto più alto per via della curva, simultaneamente, provenienti entrambi da entrambe le sue estremità. Non c’era stato bisogno di alzarsi sulla punta dei piedi per riconoscersi. Si trovavano nel punto più alto dopo aver raggiunto entrambi il punto più basso, questo era stato il loro primo scambio.

Quelle che qualcuno chiama coincidenze fecero si che il ponte dovesse essere il simbolo della loro unione. Lo avevano deciso, insieme. Al primo incontro seguirono altri incontri, non più accidentali, come sempre accade. Decisero che avrebbero camminato sui ponti più belli delle città più belle del mondo, non solo di mattina, e che tutte le volte dovevano partire entrambi da entrambe le estremità, ogni volta per potersi incontrare e riconoscere nel punto più alto della curva. Camminare sui ponti era come fermare il tempo, a modo loro, era come fermare immagini non conosciute, mai viste. Era un rito.

Quelle che qualcuno chiama coincidenze fecero si che non si accorsero in tempo che il tempo passava, inesorabile. Il rito divenne abitudine, l’abitudine divenne noia. Continuarono ad incontrarsi sui ponti più belli delle città più belle del mondo promettendosi, vicendevolemente, amore incondizionato e rifiuto categorico di lucchetti intrecciati e parole mielose, indelebili, incollate sopra l’acqua dei fiumi. O dei mari. Poco importava. Loro erano diversi, come sempre accade.

Nevicava
Neve
Nessun polline
Nessuna impronta

Aspettavamo tutti un commento dal nonno
Una sua impronta
Parlò di coincidenze

La borsa

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Dai prova anche tu, forza! Ok, ci provo: precipitevolissimamente! Sbagliato! Cioè no, magari non è sbagliato a livello grammaticale, ma non è la parola che ti sto chiedendo di pronunciare. Precipitevolissevolmente! Quasi.. Precipitelovissimevolmente! Humm.. Dai concentrati e conta fino a dieci. Precipitevolissimevolmente!! Oh, bravo, ce l’hai fatta!! So che le prime volte non è facile da pronunciare, soprattutto per chi non è di madrelingua. Lo sappiamo. E soprattutto perché la parola è lunghissima, composta da undici sillabe, un endecasillabo, me lo hanno insegnato al liceo (in realtà me lo avevano insegnato anche alle medie ma ero troppo concentrato sul fatto di non essere di madrelingua italiana).

La borsa è l’oggetto che una donna deve sempre avere con sè. O per lo meno a portata di mano. O – meglio ancora – in mano. Dipende dalle sue dimensioni. Anzi, dipende dalle occasioni. Dipende dall’orario. Dipende se è mattina o sera. Dipende se vado al lavoro o fuori porta, dipende se vado al ristorante con Gianni che me la mena da più di un mese o se vado con le amiche in discoteca, così, per cambiare aria. E comunque.. Sempre averla in mano. O sottobraccio. O in spalla. Mai perderla di vista, la borsa. La donna e la borsa sono spesso un tutt’uno. Si completano. Si somigliano. Dipendono l’una dall’altra. L’altra dall’una. Una borsa per ogni occasione. Da abbinare rigorosamente con le scarpe e preferibilmente col vestito. O col foulard. Non si sa mai. Perché la classe non è acqua. E l’eleganza? Mah, a me piacciono le persone in cui scorgi l’eleganza dell’anima. Ah! E cosa mi dici allora del carattere di una donna e del carattere della sua borsa?!

“Chi troppo in alto sal cade sovente / precipitevolissimevolmente”. Ecco, precipitevolissimevolmente è una delle parole più lunghe della lingua italiana. Oltre ad essere un proverbio di una verità sconcertante. Ma non è la più lunga. Ah, eppure a me sembra tanto, tanto lunga.. Ma allora dimmi, qual è la parola più lunga? Supercalifragilistichespiralidoso?!?!

No, lascia stare Mary Poppins, anche se devo dire che la borsa della supertata ha il suo perché.. Confesso che mi hai fatto ridere. E comunque no, non è il portafoglio, non è la boccettina di profumo, non è l’agenda, non sono i fazzoletti, non è la spazzola, non sono gli elastici che non vuoi più mettere al polso perché ti rallentano la circolazione del braccio, non è la custodia nera con dentro gli occhiali da sole, non è il burro cacao, non sono le ballerine (!) o i cerotti per i piedi (!!) non è il mazzo di chiavi che puntualmente si perde nei meandri di quel casino (!!!) e no, non è neanche la bottiglietta d’acqua con il residuo fisso più basso, non è il pacchetto di crackers integrali o la barretta di cioccolato che ti fa tutta ciccia e brufoli, no, neanche lo smartphone anche se magari capita che me lo dimentico a casa e poi dimmi tu eh, come faccio a trascorrere un’intera giornata senza?!.. No, l’oggetto più importante rimane la borsa. L’oggetto in cui mettere tutti questi oggetti. E tanti altri. E lo smartphone, soprattutto, così non lo lascio a casa.

Sì va bene, ma prima si parlava della parola più lunga in italiano.. Okay, allora aspetta che vado a vedere su wikipedia perché non lo so. Ecco, trovata! La parola più lunga della lingua italiana è…un neologismo! Nato anni fa grazie ad alcuni studi sullo stress, la “malattia del secolo”. Quale secolo? Te lo spiego dopo. Psiconeuroendocrinoimmunologia! Vuoi provare?! Psico-neuro-endo-crino-immunologia!! Non facile eh?!

Nella borsa di una donna ci sono solo oggetti indispensabili: esci presto al mattino e la sera torni tardi dopo una giornataccia tra la decina di mail che devi sbrogliare immediatamente, appena arrivi in ufficio, poi si fa l’una e quindi dai andiamo a mangiare da Carmela e poi andiamo al bar a bere un caffé d’orzo in tazza grande perché il pancino va riscaldato, fuori fa veramente freddo…brrrr…ho le dita intirizzite…no no, uscite voi a fumare, io me ne sto qua al calduccio! Poi i meeting pomeridiani, sei cercata da tutti e a tutti vorresti dire che sei in riunione per tutto il pomeriggio e fai un occhiolino d’intesa alla segretaria, dai aiutami e non passarmi nessuno! Lei, la segretaria, la sua borsa l’ha appoggiata sulla scrivania per non perderla di vista (e perché non si deve mai appoggiare la borsa per terra, allontana i soldi, era solita ripeterle la nonna di Foggia). Oggetti indispensabili? Il portafoglio lo è senz’altro, rigorosamente abbinato al colore della borsa. Meglio se della stessa marca. E il mazzo di chiavi, anche se si perde nei meandri…anche quello è indispensabile. Guarda che rimani chiuso fuori casa! E i trucchi? No, non lo sono neanche quelli. Beh, ma al mattino bisogna pur eliminare le borse sotto gli occhi, no?! Sì, la soluzione?.. Occhiali da sole! Aiutano. Anche d’inverno. Sull’autobus. O nella metro. In macchina. Sempre.

“La borsa è ampia e spaziosa al sorgere del sole e si rimpicciolisce e si illumina di strass e diamanti al calar della sera”. Ho letto questa frase seduto su una poltrona qualche giorno fa mentre aspettavo il mio turno dal barbiere. Sì, la Borsa è il Vero Oggetto Indispensabile. La borsa, la borsetta, la borsina, la pochette.. Oh, cosa fai, bofonchi? Sì, non capisco il nesso tra la lunghezza delle parole italiane e la borsa delle donne. Quei due versi poi…chi troppo in alto sal..??.. Okay, allora adesso siediti. E ascoltami.

Hai mai provato a mettere le mani dentro la borsa di una donna? Io non l’ho mai fatto. Non ci riesco. Per me è il loro giardino segreto. Non lo facevo neanche da adolescente, tanto per fregare una sigaretta alla mamma bastava andare in cucina, le lasciava sul tavolo. Le uniche volte in cui mi è capitato è perché si era perso il mazzo di chiavi nei soliti meandri. A volte due mani per frugare non bastano.

Una sera ho saputo che quattro mani si stavano intrecciando nei soliti meandri della borsa di lei, sotto le luci opache delle scale, era tardi, dai aiutami non trovo ‘ste chiavi sono stanca uffa e poi due voci che a un certo punto cominciano a sovrapporsi, a farfugliare. Lui, le sue chiavi, le aveva lasciate a casa tanto, amore mio, chiudi te, vero?! Due sguardi che si incrociano e si piegano. All’improvviso. Quattro mani nella borsa. Ginocchia per terra. Si farfuglia. Ecco, da quel momento lì, da quel momento in poi, quello che lui scoprì nella borsa di lei, proprio lui che viveva da pochi mesi con lei e con il loro progetto, il loro Amore, la loro storia, la convivenza. L’Amore. Se lo dicevano. Se lo ripetevano. Sempre. Per Sempre (forse, un banale PS).

Ecco, da quel momento in poi, da quando gli era parso di aver raggiunto la vetta, le distanze percorse, tante, da quando aveva capito che poteva intrecciare le mani e gli sguardi senza che si piegassero, entrambi, così, all’improvviso. Ora, un improvviso intreccio di parole percorse durante il loro percorso. Sempre farfugliato. Sia l’intreccio, che il percorso.

E comunque lì dentro, dentro quella borsa, scopre quella cosa lì.

E. Improvvisamente. Cade.

Precipitevolissimevolmente

La settimana

La semaine

La settimana che separa il Natale dal Capodanno è la settimana in cui si perde completamente la nozione del tempo. Forse è l’unica settimana dell’anno in cui si dimenticano i giorni.

Ogni anno, il Natale è colto con finto stupore: “Ma è già Natale?!” – “Eggià, è già Natale”. La risposta ha lo stesso tono della domanda, cambia solo il finto stupore: si passa al concetto del tempo che passa e non s’arresta un’ora..

Il Natale invece si sente arrivare con largo anticipo. L’atmosfera si colora quando le foglie scolorite smettono di cadere. Le prime luminarie sussurrano all’orecchio che è tempo di comprare i regali, di essere buoni e sorridenti. Ti ricordano che tra un pò sarai seduto a tavola con un sacco di parenti che magari non vedi da una vita. O che magari vedi solo una volta all’anno. Devi essere brillante come i colori delle luminarie, come le luci dell’albero di Natale, attento e vigile. Vero nella facoltà che hai di esserlo o meno. L’immagine che darai di te in quell’occasione in cui si è buoni e sorridenti sarà quella che i parenti che vedi una volta all’anno immagazzineranno in un qualche posto della loro memoria a lungo termine.

E questo fino al prossimo Natale. Così fino all’anno prossimo.

Viceversa, quello che avrai sentito con l’udito e con il cuore sarà quello che ti porterai dietro (e dentro) per un anno intero. Perchè checché se ne dica, il Natale rappresenta sempre un’epifània. Spesso si hanno improvvise percezioni alle quali si riesce a dare un determinato significato. Capita di essere colti da un qualcosa di luminoso non proveniente dall’albero di Natale. Seduto a tavola e circondato dalla famiglia, dagli affetti.

E tu, mentre pensi alla tua personale epifània natalizia e joyciana, pensa anche a qualcosa di più concreto e a quanto poco tempo intercorra tra l’essere buoni e sorridenti -veri nella scelta di esserlo o meno- e la notte in cui tutto è lecito. “Semel in anno licet insanire” diceva (e faceva) chi la sapeva lunga. Ah, non preoccuparti se ancora non hai trovato la tua epifània natalizia: hai tempo fino all’epifania, quando sarà ora di mangiare la Galette des Rois e quando la Befana porterà le calze ai bambini.

Da piccolo mi hanno insegnato a “vedere” la settimana come una torta suddivisa in sette parti. Si tratta di una delle poche immagini che mi appare quotidianamente davanti agli occhi. A mezzogiorno c’è la domenica mentre alle diciotto si accavallano il mercoledì e il giovedì. Il lunedì e il martedì si trovano ad Est, il venerdì e il sabato ad Ovest. L’ultimo dell’anno arriva sempre ad una settimana esatta dal cenone di Natale, dalla sera del 24, per intenderci. Basta capire, quella sera, dove ci si trova sulla torta della settimana per muoversi al meglio fino a Capodanno. Aiuta. Ci si sente meno destabilizzati nel non capire che giorno è. “L’ozio, Catullo, è a te dannoso…”

Il Natale si avvicina in maniera soffice e costante, fino a raggiungere l’Acme: il ricordo di aspettare la mezzanotte per aprire i regali con mio fratello è indelebile e pieno di malinconia. Babbo vestito da Babbo Natale. La mamma con la “bûche” in mano.

La notte dell’ultimo dell’anno arriva sempre in maniera assordante così come assordante è spesso il risveglio del giorno dopo. Il Capodanno. La domanda -in questi giorni- è sempre la stessa: “Cosa fai a Capodanno?!” – la risposta si consolida nel tempo fino a raggiungere la perfezione in una formula simile: “Ancora non lo so, alla fine deciderò il 31 stesso”.

Una volta bramavo per vivere in maniera sempre diversa l’ultima notte dell’anno; non pensavo a dove mi trovavo sulla torta della settimana, volevo solo iniziare il nuovo anno in un luogo diverso, in un luogo vergine, come per vivere una sorta di catarsi. Il tutto rientrava nei buoni propositi che ognuno di noi si da per l’anno che sta arrivando, purificatore di quello che sta finendo. Da piccolo trattenevo il respiro a pochi secondi della mezzanotte mentre i grandi si apprestavano a riempire grandi bicchieri di bollicine. Poi, tra le urla e gli abbracci, ricominciavo a respirare. Era il mio modo di dare il benvenuto al nuovo anno.

Oggi, ho capito quanta più importanza ha lo star seduti a tavola, buoni e sorridenti, attenti e vigili. Veri. Preso -e spesso perso- nella descrizione della torta della settimana suddivisa in sette parti.

Sì, finalmente anche tu hai trovato la tua epifània e credimi se ti dico che non è molto dissimile dalla mia.